Ricevere una diagnosi rara per il proprio bambino è sempre disorientante, soprattutto quando riguarda gli occhi. La sindrome della vascolarizzazione fetale persistente è una condizione poco conosciuta al di fuori degli specialisti, ma che si affronta concretamente quando viene individuata in tempo.
Durante la gravidanza, l’occhio del bambino si forma e si organizza progressivamente. In questa fase di sviluppo esistono dei vasi sanguigni temporanei (che consentono, appunto, la vascolarizzazione fetale) che nutrono le strutture in formazione e poi, normalmente, scompaiono prima della nascita. Quando questo processo di riassorbimento non avviene correttamente, quei vasi restano all’interno del bulbo oculare: è questo che definisce la sindrome PFV.
Quello che rimane non è solo un vaso, ma spesso un tessuto fibroso che si attacca al cristallino o al vitreo (il gel trasparente che riempie l’occhio) e può renderli opachi o alterarne la struttura. Nei casi più seri, questo tessuto esercita una trazione sulla retina o causa altre complicanze che interferiscono con lo sviluppo della vista.
La buona notizia è che nella maggior parte dei casi la condizione è limitata a un solo occhio e, se individuata e trattata precocemente, permette di salvaguardare buona parte della funzione visiva.
Spesso è proprio un genitore il primo ad accorgersi che qualcosa non va: ad esempio, uno sguardo che non segue bene gli stimoli, un riflesso diverso in una fotografia o un occhio che sembra avere qualcosa di strano al suo interno. Il segnale più caratteristico è la leucocoria: la pupilla dell’occhio interessato appare bianca invece di rossa o nera come di consueto. È il segno che qualcosa di opaco sta bloccando il normale passaggio della luce attraverso l’occhio.
Tra i sintomi della vascolarizzazione fetale persistente ci sono anche la cataratta congenita (l’opacità del cristallino presente già dalla nascita), una riduzione della vista nell’occhio colpito, lo strabismo come conseguenza dello squilibrio visivo tra i due occhi, e in alcuni casi lo sviluppo di glaucoma. L’ambliopia, ovvero il cosiddetto “occhio pigro”, è una delle complicanze più frequenti se la diagnosi arriva in ritardo: l’occhio che vede poco, senza intervento, viene progressivamente escluso dalla visione binoculare.
La sindrome PFV colpisce quasi sempre un solo occhio. In una piccola percentuale di casi, tra il cinque e il dieci per cento, può interessare entrambi gli occhi e richiede in questi casi una valutazione ancora più attenta per escludere la presenza di sindromi sistemiche associate.
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Per capire le cause della PFV bisogna partire da come si forma l’occhio. Durante lo sviluppo embrionale, uno dei principali vasi che irrora l’occhio del feto è l’arteria ialoidea, che attraversa il vitreo dall’interno. Intorno all’ottavo mese di gravidanza questa struttura, insieme a tutto il tessuto vascolare che la circonda, dovrebbe riassorbirsi completamente, lasciando al suo posto un vitreo limpido e privo di vasi.
Quando questo riassorbimento non avviene, l’arteria ialoidea e il tessuto mesenchimale che la accompagna restano all’interno dell’occhio. Questo è il meccanismo alla base della ipervascolarizzazione primitiva: un’anomalia dello sviluppo che non dipende da errori genetici trasmissibili né da comportamenti della madre in gravidanza, ma da un processo di regressione che semplicemente non si è completato.
La condizione si divide in due forme principali a seconda di dove si localizza il tessuto rimasto. Nella forma anteriore il problema riguarda il cristallino e le strutture vicine: il tessuto fibroso si attacca alla faccia posteriore del cristallino, causando la sua opacificazione (cataratta) e, in alcuni casi, alterazioni dell’iride e del corpo ciliare. Nella forma posteriore il tessuto coinvolge il vitreo e la retina: può causare pieghe retiniche, trazioni che distorcono la macula o, nei casi più gravi, un distacco di retina. Esistono anche forme miste, in cui entrambe le zone sono interessate.
Il trattamento della vascolarizzazione fetale persistente si sceglie in base a quanto è grave la situazione e a quale parte dell’occhio è coinvolta. Non esiste un protocollo uguale per tutti: lo specialista valuta caso per caso, tenendo conto dell’età del bambino, dell’entità dell’opacità, della condizione della retina e delle prospettive visive realistiche per quell’occhio.
Nelle forme lievi, dove l’opacità non è totale e l’occhio riesce comunque a ricevere qualche stimolo visivo, il percorso inizia con la correzione ottica attraverso gli occhiali e l’occlusione dell’occhio sano. Coprire l’occhio che vede meglio per alcune ore al giorno obbliga il cervello a usare l’occhio colpito, prevenendo o riducendo l’ambliopia. È una terapia semplice ma che richiede costanza e un monitoraggio frequente.
Nelle forme più gravi, invece, l’intervento chirurgico è necessario. La chirurgia della PFV prevede la rimozione del vitreo alterato e, quando il cristallino è opacizzato, anche la sua rimozione. L’obiettivo è eliminare il tessuto che blocca la luce e permettere alla retina di ricevere gli stimoli visivi indispensabili per lo sviluppo. Dopo l’intervento, il percorso riabilitativo con lenti ottiche e terapia occlusiva è parte integrante del programma di cura.
L‘intervento precoce (che avviene idealmente entro le prime settimane di vita nelle forme gravi) dà le migliori possibilità di sviluppare una visione funzionale nell’occhio interessato. Aspettare non migliora la situazione: il sistema visivo del bambino si organizza nei primissimi anni di vita e ogni settimana persa è un’opportunità in meno per il recupero.
La vascolarizzazione fetale persistente è una patologia rara che richiede una diagnosi tempestiva e un percorso di cura personalizzato. Intervenire precocemente, soprattutto nei primi mesi di vita, può fare la differenza per lo sviluppo della funzione visiva e per il futuro dell’occhio interessato.
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Nella grande maggioranza dei casi no. L’ereditarietà della PFV non è un meccanismo riconosciuto: la sindrome si presenta quasi sempre in modo sporadico, cioè senza una causa genetica identificabile che possa essere trasmessa da genitore a figlio. Non è colpa di nessuno e non è legata a fattori di rischio controllabili durante la gravidanza.
Raramente la PFV bilaterale può essere associata ad alcune sindromi genetiche complesse, ma si tratta di situazioni particolari in cui la condizione oculare è solo una delle manifestazioni di un quadro più ampio.
Il recupero visivo nella vascolarizzazione fetale persistente dipende da tre fattori principali: la gravità della condizione, la forma (anteriore, posteriore o mista) e soprattutto la tempestività della diagnosi e del trattamento. Non esiste una risposta valida per tutti, ma un principio fermo: prima si interviene, meglio è.
Nelle forme anteriori trattate precocemente, il recupero di una visione utile è possibile nella maggior parte dei casi. Le forme posteriori con coinvolgimento della retina o della macula sono più complesse e le prospettive visive dipendono dall’integrità delle strutture retiniche. In alcuni casi l’obiettivo non è raggiungere una visione perfetta, ma evitare la cecità totale dell’occhio e mantenere una visione residua che migliori la qualità della vita.
Sì, ed è per questo che il follow-up dopo la diagnosi e il trattamento non è facoltativo. I bambini con vascolarizzazione fetale persistente hanno un rischio aumentato di sviluppare nel tempo alcune patologie oculari correlate: l’ambliopia (se la terapia occlusiva non è sufficiente o non viene seguita con continuità) lo strabismo, che può comparire come conseguenza dello squilibrio visivo tra i due occhi, e il glaucoma, per le alterazioni delle strutture che regolano la pressione intraoculare.